Lada Niva, Anima off-road e Acciaio Sovietico

Negli ultimi anni ha preso piede la moda di quello che negli USA chiamano “Rough & Tough” che non è un genere musicale bensì uno stile che vuole apparire rustico e trasandato, applicabile come nell’abbigliamento piuttosto che nell’automobilismo. Ecco quindi la ragion d’essere dei super popolari crossover, SUV e utilitarie dal look fuoristradistico, ma si tratta nella maggior parte dei casi di pura apparenza poiché le reali capacità di togliersi d’impaccio da situazioni di scarsa aderenza non sono così elevate. Ciò è dovuto prevalentemente all’architettura di telaio, sospensioni, trasmissione e alla tipologia di pneumatici che, per ragioni di destinazione d’uso e consumi, devono mantenere un’impostazione stradale di per sé poco adatta ad un utilizzo in fuori strada intenso.

Di tutt’altro avviso è la Lada Niva (ora rinominata semplicemente 4×4 a seguito dell’acquisizione del marchio da General Motors) che fin dagli albori della sua progettazione non ebbe mai la pretesa di apparire piacevole nel look, ma di dimostrare in maniera schietta la sua robustezza e polivalenza. Nata negli anni ’70 in Unione Sovietica per volere del Partito, fu costruita da VAZ per motorizzare le aree rurali particolarmente isolate e da qui la sua struttura: trazione integrale permanente con tre differenziali di cui il centrale bloccabile, motore a benzina da 75 cv rigorosamente aspirato di semplice concezione (1,6 litri di cilindrata, monoalbero e 8 valvole con carburatore Weber), cambio 4 marce con ridotte, impianto frenante misto ma servoassistito e carrozzeria a tre porte (accompagnata dalla 5 porte a partire dal 1995). Parte della meccanica a partire dal motore è di derivazione Fiat ma le sospensioni anteriori, il corpo vettura e la il sistema 4×4 sono stati progettati direttamente da VAZ.

Al debutto gli opinionisti descrissero la Niva come un ibrido fra una Renault 5 e una Land Rover

Ciò per cui si potrebbe ricordare la Niva non è però la tecnica ma la sua longevità: salvo fondamentali aggiornamenti di sicurezza e alle emissioni avvenuti attorno al 1993 l’auto è rimasta sostanzialmente la stessa in più di 40 anni: a livello meccanico le sospensioni anteriori sono state aggiornate solo lievemente, il motore 1.6l viene portato a 1.7l (era disponibile prima a carburatore poi ad iniezione single-point e infine multipoint in tempi recenti) e il cambio 4 marce sostituito da uno a 5 rapporti.

 

L’auto ha due generazioni principali: la seconda è nata nel ’93 e ha portato molto gradualmente alla modernizzazione degli equipaggiamenti: vengono aggiunti il servosterzo, il condizionatore e l’ABS, senza contare i già citati aggiornamenti della meccanica. In particolare è interessante segnalare gli step progressivi di adeguamento alle nuove caratteristiche minime: si passa dal motore 1.6l a carburatore al 1.7l sempre a carburatore per poi giungere alle versioni 1.7l single-point e infine multipoint (tuttora montata sul modello odierno che la monta come unica motorizzazione dal 2004). Una piccola parentesi a nafta c’è stata tra il ’99 e il 2007 quando LADA montava sulla sua 4×4 un 1.9 diesel Peugeot XUD9, ma non ebbe un grande successo a causa della sua minor resistenza al freddo (senza iniezione diretta l’avviamento a freddo con il gasolio è una vera impresa) e dei maggiori costi di manutenzione (un motore diesel è più esigente in fatto di oli e ricambi, nonostante l’indubbia affidabilità e i bassi consumi).

 

Per quanto concerne l’aspetto estetico però non si può non riconoscere il (ehm) titanico sforzo dei designer VAZ per rinfrescare la linea di questo fuoristrada: a partire dal 2014 vengono messe in commercio le versioni Urban (dall’aspetto decisamente più civilizzato con dei cerchi in lega più grandi e uno scudo paraurti dedicato, senza contare gli interni in pelle) e Bronto (antagonista della Urban con il frontale in plastica nera, le gomme maggiorate da fuoristrada e l’assetto rialzato) per dare alla gamma 4×4 un target di mercato più ampio che includesse anche semplici appassionati del modello con le esigenze più disparate: chi la compra per andarci in off-road chi solo per il look e l’affidabilità. La gamma moderna comprende le versioni base 3 e 5 porte seguite dall’allestimento Urban in entrambe le carrozzerie e la Bronto esclusivamente a 3 porte.

I modelli di punta sono l’Urban 5 porte e l’estrema Bronto

 

Veniamo agli interni: con gli anni si sono ovviamente susseguiti degli adeguamenti ma in generale la dotazione non cambia molto dagli albori del modello: le plastiche sono dure anche se di aspetto più moderno (i comandi sul tunnel centrale sono un’eredità stilistica degli anni ’80 ma anche qui sta il fascino), vi sono i finestrini elettrici (all’inizio erano manuali), il cruscotto riporta una strumentazione simile in tutte le generazioni (tachimetro, contagiri e termometri di acqua e olio) ed il sistema 4×4 è di più facile gestione con le due leve aggiuntive per il blocco del differenziale e le ridotte.

Le performance dell’auto come si può immaginare rasentano la sufficienza su strada: gli appoggi in curva portano ad un marcato rollio a causa dell’elevata escursione delle sospensioni mentre la marcia ad alta velocità risulta affaticante per la vettura, notoriamente rialzata e dotata di un propulsore “con il fiato corto” ma è quando si abbandona la rassicurante regolarità dell’asfalto che la LADA 4×4 sfodera le sue invidiabili capacità: manti nevosi, guadi, fango e forti pendenze non spaventano minimamente questo fuoristrada che, sfruttato con perizia, supera difficili ostacoli e ti porta un po’ dovunque con le sue ridotte ed il differenziale bloccabile alla bisogna. Non c’è da meravigliarsi considerando che è stata concepita per affrontare le impietose strade russe e che negli anni ha svolto un lungo servizio civile come ambulanza e auto della polizia.

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